martedì 2 febbraio 2010

Scorre il fiume - L ’Adda amata da Romano Trojani. Opere 1950-2009 - Palazzo Serbelloni - Circolo della Stampa, Milano. 12-24 febbraio 2010

Scorre il fiume - L ’Adda amata da Romano Trojani. Opere 1950-2009 - Palazzo Serbelloni - Circolo della Stampa, Milano. 12-24 febbraio 2010 21/01/2010 18:04 Dino Spreafico Sede: Palazzo Serbelloni - Circolo della Stampa, Corso Venezia, 16 ,Milano Inaugurazione: giovedì 11 febbraio 2010, ore 18.30 Durata della mostra: 12 › 24 febbraio 2010 Ingresso libero
e-mail: info@bellatieditore.com Curatore Anna Caterina Bellati.
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Variazioni sopra un fiume Di Anna Caterina Bellati
Nel 1952 Romano Trojani incontrava Ennio Morlotti proprio quando le Vegetazioni del secondo sfondavano la forma e il più giovane dei due corrugava già le sue colline in grumi pastosi dai toni spettacolari. La loro amicizia è durata quarant’anni, fino alla morte di Ennio. Discutevano di pittura, benché non abbiano mai lavorato fianco a fianco e confrontavano i risultati delle proprie ricerche. E se le convinzioni artistiche di Morlotti facevano sì che di un ulivo bastasse rappresentare qualche foglia per rimandare all’intero, Trojani nei suoi boschi rigogliosi fabbrica un miscuglio di rami tronchi foglie rassomigliante a una tappezzeria vegetale. Mentre gli Imbersago del più anziano sono pieni del tumulto pagano di una natura ribollente, gli Adda del più giovane sembrano contenere un milione di luci. Uno più riassuntivo, l’altro più poetico. Ma in comune davvero hanno avuto il sogno di una pittura vitale capace di cogliere insieme l’inizio e la fine di tutto ciò che vola, striscia, cammina, respira, cresce e muore sulla terra. Scrivo ancora volentieri della pittura del mio amico Romano Trojani al quale mi lega una lunga storia di eventi e la passione per la bellezza baluginante e struggente dell’Adda. Questa mostra milanese porterà nella metropoli lombarda il liquoroso profumo di un fiume che è parte viva nella poetica di moltissimi artisti, da Gola a Carpi, da Riccardo ad Alberto Brambilla, da Morlotti a Cassinari, ai due Donato Frisia, nonno e nipote, a Mario Paschetta, fino alle fotografie neoromantiche di Rolf Bienentreu, in bilico tra indagine sull’anima e speculazione sulla natura. Come ho detto Trojani lavora su questo tema privilegiato da oltre cinquant’anni e l’ha scandagliato attraverso due percorsi paralleli, il primo quello della sua maturazione artistica che l’ha condotto da un naturalismo di immediata comprensione alla scelta dell’informale e, negli ultimi anni, a una pittura che riassume alcune istanze fondamentali della storia dell’arte, il romanticismo, l’impressionismo, l’astrattismo. Il secondo, quello della propria vita e chi guardasse messi in fila in ordine di tempo le centinaia di schizzi, dipinti, disegni che hanno come protagonista il fiume, coglierebbe non solo le scoperte e le invenzioni, le prove e i tentativi, le scelte e le convinzioni di un artista, ma anche gli stati d’animo, le gioie, la nascita delle due figlie, il progredire del lavoro, l’acquisto di una casa, i viaggi, le preoccupazioni, i dolori, i primi acciacchi dell’età, gli incoraggiamenti degli amici, la scoperta del dolore, gli addii, su tutti quello a Ennio e quello recente e straziante a Daniela, la primogenita. L’Adda è stato per Trojani una canzone. A oltre ottant’anni d’età oggi quest’avventura mostra di avere salvato l’eterna verità del sentimento della pittura che da quando esiste l’uomo è stata innanzitutto testimonianza del luogo natale. Che in arte vuol dire il guscio dove si è cresciuti, i colori che si sono visti e sentiti nel profondo e poi sono finiti, quasi rigurgitati, sulla tela bianca. Conosco pochi pittori che siano stati tanto fedeli a un soggetto senza annoiarsi, senza trasformarlo in vuota ripetizione, ma buttandoci dentro ogni volta la forza, il coraggio, la speranza, la delicatezza, la rabbia e il grande piacere del prendere i pennelli, mescolare un po’ di giallo e di blu, tirarne fuori un verde e poi un po’ di rosso e di giallo e una punta di nero, ottenendo un bruciato per la terra, e ancora un blu cobalto con una punta di rosso e rimestare il nero della notte per copiarne l’umido silenzio e finalmente cominciare a lavorare. E gran parte di questo lavoro Trojani l’ha proprio dedicato alla sua terra, Lecco, il lago, le montagne a corolla, il fiume, gli alberi cedui sulle sue rive, i fiori orgogliosi e “mai colti”, quando la natura era ancora rigogliosa e ribelle e in parte resiste, lungo un tratto dell’Adda protetto da leggi che impediscono di divorarne gli argini a stuprarne la bellezza antica con palazzine rosate e gialle e arancio, tra Lecco, Brivio e Imbersago. Negli anni le variazioni sopra il fiume hanno raccontato in toni, colori e scelte stilistiche diverse sempre la medesima cosa, la purezza di un luogo fiero e incontaminato. Così l’acqua è diventata un campo da arare, un posto privilegiato dove coltivare la speranza di una eternità. A partire dall’Insenatura sul fiume del 1953 e proseguendo con l’Adda del 1956 la strada d’acqua di Trojani è già tracciata. Le albe e i tramonti che dipinge negli anni Cinquanta fanno da contraltare agli Adda di Morlotti che proprio in quel periodo imprime al medesimo soggetto una forza e una struttura pittorica che lo renderanno famoso nel mondo. L’amicizia tra Romano Trojani ed Ennio Morlotti ha avuto qualcosa di miracoloso. Il più anziano dei due era timido e violento insieme, orgoglioso e consapevole del proprio talento. Romano è sempre rimasto un passo indietro, quasi vergognoso del proprio essere artista, quasi in imbarazzo davanti alla grandezza del compagno di strada. Li ho conosciuti e frequentati a lungo tutti e due. E quando, alla fine della sua vita, Morlotti mi ha un giorno confessato che di tutte le guerre e le battaglie combattute in vita sua salvava soltanto pochi quadri e l’affetto di due amici, intendeva dire Trento Longaretti che gli era stato compagno a Brera e proprio Trojani con il quale aveva trascorso tanto tempo a parlare del loro fiume. I riflessi delle sue luci ti arrivano addosso assaporati e così partecipati da commuovere perfino e non ti lasciano più. L’Adda inzuppa il cuore dell’osservatore e Trojani ti accompagna nel suo viaggio fermandosi su un’insenatura, giocando con le stagioni, cogliendo la timidezza di case appena descritte con un balenare di rosso e bianco in mezzo al cascame dei colori accesi o morbidi o squillanti o assopiti. Colori che raccontano il passare degli anni, delle cose, il cambiare della terra e il nostro cambiare invecchiare morire senza accorgercene, senza saperlo quasi. Ma il fiume sa, lui che scorre sempre in apparenza allo stesso posto e invece scava dilava il greto, vede passare stormi di aironi, crescere ninfee, barche con gli ultimi radi pescatori, turisti, viaggiatori del tempo e gente comune, bambini con il gelato, spose che si fanno fotografare, davanti al fiume, al suo grembo di madre di culla di cuore antico. Trojani sa tanto di quest’acqua salmastra a volte quasi palude e di quando si allarga dopo Pescarenico e diventa un piccolo lago e poi riprende la via e a Olginate sembra correre sicuro verso il proprio destino. Ma poi si piega e ad Airuno non lo vedi più, per incontrarlo di nuovo devi girare a sinistra e voltare l’auto verso Brivio o salire appena e dirigerti verso Imbersago. Non ci sono luoghi più belli, più intimi, più segreti per amarlo e capire come mai tanti artisti l’abbiano così guardato e bevuto e dipinto e sono morti pensando che fosse stata la loro grande occasione. Così questa mostra è un diario, neanche troppo segreto. Perché il percorso di questo mio amico è qui rappresentato, non da tutti i suoi quadri che sono migliaia, ma in tutti i suoi umori e spaventi e felicità. Fino all’ultimo Adda dipinto prima che Daniela andasse via. Un paio d’anni fa ci eravamo incontrate per caso in piazza XX Settembre, a Lecco, avevamo preso un caffè insieme sedute a guardare la gente passare e abbiamo parlato di lui, suo padre, della sua pittura, di come lei l’amasse fin da bambina, perché sentiva da qualche parte nella pancia che avere un papà pittore in qualche modo ti rende speciale. Anna Caterina Bellati Venezia, gennaio 2010

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